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ERIC GAUTHIER GAVE US 'THE GIFT'

Quando
16/05/2018
ERIC GAUTHIER GAVE US 'THE GIFT' 
(Eric Gauthier ci ha dato 'Il Regalo')

di Nicole Arienzale, Claudio Murabito, Irene Nocella, Giorgia Russino, Lucrezia Santonocito, Anastasia Tassotti
traduzioni a cura di Federica Matone
(nell'ambito del progetto di alternanza scuola lavoro tra Dance&Culture e il liceo coreutico del Convitto Nazionale di Roma, classe V)

ENGLISH VERSION BELOW


                         Prove di THE GIFT, Eric Gauthier e il coreografo Itzik Galili, ph. Regina Brocke


Il percorso della vita è lungo e tortuoso, forse quello del danzatore lo è ancor di più. Quanti «No» bisogna sentirsi dire e quante critiche vedersi piovere addosso prima di affermarsi in un mondo così complesso come il nostro. Le soddisfazioni a volte arrivano, altre no. Eppure se provate a chiedere ad un ballerino cosa pensa della sua professione, questi vi risponderà: «La amo, non avrei potuto fare altro!»

La vita degli addetti ai lavori di questo magico mondo si svolge sul palcoscenico e proprio in questo luogo si sente la necessità di raccontarla, in tutte le sue sfumature, specialmente quando si è al culmine di una carriera ricca come quella di Eric Gauthier. Nasce con quest’intenzione il solo The Gift, andato in scena in prima assoluta lo scorso 21 marzo al Theaterhaus Stuttgart in Germania.
Sulla coreografia dell'israeliano Itzik Galili, Gautier danza la sua vita portando in scena un uomo alla ricerca di sé stesso che temendo l'incontro con il proprio mondo interiore, tiene i suoi ricordi ben chiusi in bicchieri e contenitori, come una collezione. Il dialogo con il pubblico in sala è un continuo scambio di energia, se non addirittura vero e proprio coinvolgimento fisico. Tra l'altro, fra le musiche che Eric danza nel pezzo, c'è anche il suo zampino perché ha collaborato attivamente alla creazione di alcuni brani.
 
Osservando il contesto descritto, è facile intuire il soggetto principale a cui fa riferimento il titolo, ma tutte le sfumature intermedie, le allusioni più nascoste le si comprendono solo con uno sguardo più attento, magari con l’aiuto di chi lo sperimenta in prima persona. Così, abbiamo chiesto a Eric Gauthier di raccontarci quest’esperienza di vita, di creazione e del suo ritorno sul palcoscenico, ancora una volta, nelle vesti di danzatore.
 
             Eric Gauthier in prova per THE GIFTcoreografia di Itzik Galili, ph. Rainhardt Albrecht-Herz
 


Vi siete conosciuti all'incirca 17 anni fa quando Eric era solista al Stuttgart Ballet e da lì è nato un forte legame basato sulla fiducia. Che tipo di confidenza e che tipo di rispetto si deve mantenere nel rapporto coreografo-ballerino, nonostante tanti anni di amicizia? Ci sono momenti di discussione e di tensione durante il lavoro?
In qualità di danzatore e coreografo, quando entri in sala ti senti un po' come se fossi in un tempio. Si tratta di lavoro e non più di rapporti personali. Pertanto il rispetto c’è sempre, ma ci si concentra sul proprio lavoro e non più nell’assicurarsi di trascorrere del bel tempo con i propri amici. La cosa più ardua per me è stata quella di invertire i ruoli. Sono stato il Direttore Artistico della Gauthier Dance per undici anni, e all’improvviso sono tornato indietro nel tempo incarnando il “corpo” o meglio “lo strumento”. Mi ci è voluto un po' ad abituarmici nuovamente ma ovviamente alla fine ci sono riuscito. È come pedalare una bicicletta: non ci si dimentica mai come si fa.

Esiste un rapporto tra la vostra arte e le radici della vostra cultura d'origine che vi spinge a presentare lavori dal grande impatto simbolico e impegnati nel sociale?
Certamente! The Gift è una produzione molto personale, ma alle questioni che emergono nel pezzo può rapportarsi chiunque. Riguardano ricordi, rimpianti, i modi in cui ognuno guarda e vede sé stesso, motivo per cui direi che The Gift ha chiaramente una dimensione sociale. C’è una scena comunque che è palesemente di carattere sociale: la Danza Carbonara dove io stesso chiedo al pubblico di alzarsi in piedi e di iniziare a muoversi. Si sposa alla perfezione con il mio obiettivo di diffondere la danza. Quella danza è per tutti. Insieme imitiamo i movimenti che si compiono mentre si cucina la Pasta Carbonara ed è molto divertente. Il pubblico ama quelle mosse e così anch’io.

Perchè proprio il nome "the Gift"? Sia dal punto di vista del coreografo sia dal punto di vista del ballerino, qual'è l'obiettivo di questo pezzo? Che significato ha per voi?
Il titolo è stato scelto da me e Itzik dopo averci ragionato insieme. La parola “gift” ha molti significati, ovviamente. Dono o veleno, in Tedesco. L’aspetto più importante per noi è il fatto che The Gift tratta del dono più prezioso di tutti: la vita. Più specificamente: la vita sul palcoscenico. Se ci si pensa, gli artisti sono molto fortunati. Spesso le persone che hanno lavori “normali” dicono che non hanno alcun interesse per il loro lavoro e magari lo disprezzano totalmente. Contrariamente a ciò, trovare dei danzatori che odiano il proprio lavoro è praticamente impossibile. Essi amano danzare, amano il palcoscenico e l’unica cosa che rimpiangono e temono è la durata limitata della loro carriera.

                          Eric Gauthier in prova per THE GIFTcoreografia di Itzik Galili, ph. Rainhardt Albrecht-Herz
 


In the Gift ci sono dei momenti in cui la figura incontra il suo io interiore. Durante il vostro vissuto, è stato difficile scovare e accettare la verità in voi stessi e incontrare i diversi aspetti della vostra personalità?
Affrontare la verità su sé stessi è difficile ma allo stesso tempo importante. Ci sono sempre due modi di guardarsi allo specchio. Si può guardare la propria faccia superficialmente o ci si può guardare dentro. Non si può crescere come persona senza ammettere la verità su sé stessi. Vivere la propria vita correttamente implica lo sforzarsi, il lottare sempre per fare meglio, e specialmente questo vale per i danzatori. Penso però che, dopotutto, questa massima debba essere estesa a tutti.

Il protagonista conserva i ricordi in barattoli. E dentro i vostri "barattoli" che ricordi ci sono?
I barattoli sono riempiti da tutti i ricordi, motivo per cui ci sono molti modi per descriverli. Ciò che posso dire tuttavia è che nella vita di ognuno ci sono dei barattoli che è meglio se restano chiusi, pieni di memorie tossiche. La vita non è sempre un barattolo di marmellata…

Che ruolo ha in questa opera la musica?
La musica è la colonna portante di qualsiasi coreografia. Tuttavia, essendo questo pezzo così personale, volevo includere due musiche in particolare che mi appartengono. Una di queste è stata da me scritta appositamente per The Gift. Anche l’altra, Shame, ha un significato molto importante per me. È un tributo a Johnny Cash che scrissi il giorno della sua morte subito dopo aver preso conoscenza della notizia. Ancora oggi cantarla è davvero emozionante così come lo è anche cantare Ne me quitte pas di Jacques Brel. Ho sempre sognato di cantare una canzone di Jacques Brel sul palco, e ora nella mia ultima produzione in qualità di solista, questo sogno si è avverato.

Quanto e in che modo questo balletto vi ha arricchito non solo artisticamente ma anche psicologicamente e spiritualmente?
Per qualcuno come me che ha sempre lavorato come artista è semplice di aver ormai fatto esperienza di tutto. Danzando in The Gift però, ho compreso quanto ciò sia sbagliato. Questo pezzo mi ha insegnato quanto ho ancora da vedere e imparare! Dopo la prima mondiale e i primi quattro spettacoli di Marzo, non vedo l’ora di continuare il mio viaggio interiore con i prossimi spettacoli alla fine di aprile.

Come definireste questa nuova creazione in sole tre parole?
Eric. Gauthier. Vivere.



                                       Eric Gauthier in THE GIFT,  coreografia di Itzik Galili, ph. Regina Brocke



ERIC GAUTHIER GAVE US 'THE GIFT' 

by Nicole Arienzale, Claudio Murabito, Irene Nocella, Giorgia Russino, Lucrezia Santonocito, Anastasia Tassotti
translation by Federica Matone
(alternation school/work project between Dance&Culture and Liceo Coreutico - Convitto Nazionale di Roma, classe V)


The journey of life is long and tortuous, and that of a dancer is even more so. In order to gain a foothold in such a complex world, the negative feedbacks and the critics we have to bear are many. Satisfactions and rewardings do arrive sometimes, but sometimes don’t. Yet if you ask a dancer what he thinks about his profession, his answer will be: "I love it, I couldn’t have done anything else!"

The life of who is part of this magical world takes place on stage which is where the need to tell a dancer’s story is actualized, in all its nuances, especially when you are at the height of a career as rich as that of Eric Gauthier. The solo “The Gift”, which premiered on March 21st at the Theaterhaus Stuttgart in Germany, was born with this intention, and thanks to the creativity and talent of the Israeli choreographer Itzik Galili.

By looking at the context described, it is easy to guess the main subject to which the title refers, but all the intermediate subtleties and the most hidden allusions, can be understood only by taking a closer look and with the help of those who experience it firsthand. Therefore, we asked Eric Gauthier to tell us something about his life experience, his creation and his return to the stage, once again as a dancer.


You met each other around 17 years ago when Eric was a soloist with the Stuttgart Ballet and since than there has been a strong bond based on mutual trust. What kind of intimacy and respect should be preserved in a choreographer-dancer relationship, despite so many years of friendship? Are there any arguments or conflicts that occur when you work together?
As a dancer or choreographer, when you enter the studio, you feel a bit like in a temple. It is all about work and not about personal relationships anymore. So there is respect, always. But you focus on your job and not on having a good time with a friend...
What I found difficult, though, was switching roles. I have now been Artistic Director of Gauthier Dance for 11 years. All of a sudden, I was back to being „the body“ or rather „the instrument“. It took me some time to get used to it again. But of course I did, eventually. It is like riding a bicycle. You forget nothing.


Is there a connection between your artistic production and your personal cultural roots which incites you to present works with such a great symbolic meaning and that are also socially engaged?
Obviously, The Gift is a very personal production. But the issues that arise in the piece are questions everyone can relate to. They are about memories, regrets, the way you look at yourself. In that respect, The Gift clearly has a social dimension. There is one scene, however, which is as social as it gets – the Carbonara Dance where I ask the audience to get on their feet and get moving. It ties in with my mission to spread dance. That dance is for everybody. Together, we imitate the movements of cooking Pasta Carbonara. It is such fun. The audience loves this moment – and so do I.

Why did you choose the name "the Gift"? What is the aim of this piece both from the choreographer’s and the dancer’s point of view? What does it mean to you?
The title is something Itzik and I discussed and chose together. The word gift has many meanings, obviously. Talents or poison, in German.The most important aspect for us was that The Gift is about the greatest presents of all: life. More specifically: life on stage. When you think about it – artists are ever so privileged. Often people in „normal“ professions tell you that they don't care for their jobs or maybe even hate it. In contrast, to find dancers who hate their jobs is practically impossible. They love dancing, they love the stage – and their only regret is how short their career is.

                                                     Eric Gauthier in THE GIFT,  coreografia di Itzik Galili, ph. Regina Brocke


In “the Gift” there are some parts in which the figure meets its inner self. Throughout your lives, was it difficult to discover and face the truth about yourselves? Furthermore, was it difficult to face all the several aspects of your personalities?
Facing the truth about yourself is as difficult as it is important. There are always two ways of looking into a mirror. You can look at your face on the surface. Or you can look inside. You cannot grow as a person without admitting the truth about yourself. Living your life properly means pushing yourself, always striving to get better. Especially as a dancer. But I guess, at the end of the day, this maxim should apply to anyone.

The protagonist keeps his memories in jars. What memories are there inside your “jars”?
The jars are filled with all your memories – so there are way too many to describe them all. What I can say, though: In everybody's life, there are some jars that are better left closed, full of toxic memories. Life is not always a jar full of jam...

What role does music play in this piece?
Music is the backbone of any choreography. But as this piece is so personal, I wanted to include two particularly personal songs of mine. One song I wrote expressly for The Gift. The other one, Shame, also has a very special meaning for me. It is a tribute to Johnny Cash that I wrote on the very day he died, right after I heard the news. Singing it still feels very emotional – and so does singing Ne me quitte pas by Jacques Brel. I have always dreamed of singing a Jacques Brel song on stage. And now this dream has at last come true, in my final production as a soloist.

How much and how did this choreography enrich you from an artistic, psychological and spiritual point of view?
For someone like me who has always worked as an artist it is easy to think: I have seen it all. But dancing The Gift I realise how wrong this is. This piece has taught me how much there still is to experience! After the world premiere and the first five performances in March, I can't wait to resume my inner journey in the next series of shows at the end of April.

How would you define this new creation in only three words?
Eric. Gauthier. Live.